lunedì 20 giugno 2011

Indice del volume: LUIGI TENCO. Storia di un omicidio" (Edizioni Tabula fati)

INDICE

Presentazione di Francesco Bruno

Introduzione

LUIGI TENCO
STORIA DI UN OMICIDIO


I
CAPIRE IL PERSONAGGIO: BREVE BIOGRAFIA DI LUIGI TENCO

II
INDAGINI SUI MOTIVI DELL’OMICIDIO
1. Tenco e il socialismo
2. Tenco militare e l’Argentina
3. Tenco e le altre teorie sulla morte
4. Tenco e le vicende successive al 1965

III
SANREMO, LE ULTIME ORE DI TENCO: LA RICOSTRUZIONE PRIMA DELLA TRAGEDIA

IV
INTERVISTA AL DOTT. MARTINO FARNETI: EMERGONO LE PROVE DELL’OMICIDIO

V
SANREMO, GLI ULTIMI ISTANTI DI VITA DI LUIGI TENCO: “DENTRO” LA 219

LE INTERVISTE INEDITE DEGLI AUTORI
Intervista all’impresario che decise di portare Tenco in Argentina
Tenco? Venne ammazzato dal SID
La telefonata che interruppe la cena di Dalida venne dal Savoy
“La vincita di 6 milioni al Casinò? Fegatelli se l’è inventata”
Dalida fu la quarta persona a scoprire Tenco morto
Intervista a Edoardo Mori: pistola, bossolo e silenziatore non sono più un mistero
Vivarelli disse: «Faremo qualcosa di indimenticabile»
Intervista a Gianfranco Reverberi: Vi racconto i giorni di Tenco in Argentina

VII
LE INTERVISTE STORICHE
Sandro Ciotti
Paolo Dossena
Aldo Fegatelli Colonna
Gianmario Mascia
Arrigo Molinari
Marisa Solinas
Piero Vivarelli

POSTFAZIONE

I DOCUMENTI
RINGRAZIAMENTI
BIBLIOGRAFIA
SITOGRAFIA
GIORNALI E SETTIMANALI CONSULTATI

Gli Autori

sabato 21 maggio 2011

Imminente: Luigi Tenco. Storia di un omicidio

Un viaggio nella documentazione esistente legata a Luigi Tenco chiarisce il ruolo del cantautore con la politica, fino a verificare le affermazioni di un avvocato di fama mondiale che lo lega a eventi ancora secretati, raccontati da Aldo Moro durante i giorni della sua prigionia.
Dopo più di quarant’anni si svelano le trame oscure di un caso che sembra essere stato inghiottito dal silenzio.
La morte di Tenco non avrebbe dovuto fare rumore, esattamente come era rimasto inudito nel corridoio del Savoy il colpo di pistola che poneva fine alla sua vita.
Il silenzio doveva scendere anche sulla storia d’amore con la figlia di un importante gerarca dell’esercito, sulle sue personali vicende militari, sulle tracce del silenziatore e sul bossolo rinvenuto.
Misteri che per più di quarant’anni si sono susseguiti attorno alla scomparsa del noto cantautore finalmente trovano soluzione in un vero libro-inchiesta, il primo.


Nicola Guarneri e Pasquale Ragone
LUIGI TENCO
Storia di un omicidi
o
Presentazione di Francesco Bruno
[ISBN-978-88-7475-226-3]
Edizioni Tabula fati
Pag. 304 - ill. - € 20,00

http://www.edizionitabulafati.it/luigitenco.htm


domenica 1 maggio 2011

Anticipazione: LUIGI TENCO. Storia di un omicidio

I tanti misteri che per più di quarant’anni si sono susseguiti attorno alla morte di Luigi Tenco finalmente svelati nel primo vero libro-inchiesta interamente dedicato alla morte del cantautore. Un viaggio fra la documentazione esistente legata a Luigi Tenco chiarisce il suo rapporto con la politica e verifica le affermazioni di un noto avvocato di fama mondiale che lega Tenco a fatti ancora secretati che Aldo Moro avrebbe raccontato durante i giorni della sua prigionia. Un’indagine sui silenzi che avvolgono la vicenda: il silenzio sulla storia d’amore di Tenco con la figlia di un importante gerarca militare; il silenzio sulle vicende militari nelle quali fu coinvolto il cantautore; le tracce del silenziatore sul bossolo che lo ha ucciso.

Nicola Guarneri e Pasquale Ragone
LUIGI TENCO
Storia di un omicidio

Presentazione di Francesco Bruno
[ISBN-978-88-7475-226-3]
Edizioni Tabula fati
Pag. 300 - € 20,00

http://www.edizionitabulafati.it/luigitenco.htm

lunedì 14 febbraio 2011

RECENSIONE a PLETTRI NELLE MANI DI DIO (di Alberto Carollo)

Un altro libro sui Fab Four? E perché no? È pur vero che sui Beatles sono stati versati fiumi d’inchiostro, ch’è stato detto tutto e il contrario di tutto – e non sempre con la necessaria prudenza e cognizione di causa – ma questa recente pubblicazione di Grasso e Barghi ha degli indubbi pregi per i quali mi sento di consigliarne caldamente la lettura.

«La componente fondamentale dell’arte dei Beatles è stata la loro straordinaria umanità.» La premessa è già il faro che ci guida in questa ricognizione degli autori su uno dei maggiori fenomeni del XX secolo. Importante sottolineare quanto John, Paul, George e Ringo fossero degli amici, quanto l’amicizia fosse per loro un valore supremo. I Beatles condividevano gioie e dolori e basterebbe recuperare molte delle affermazioni dei tecnici sparse in vari documenti per renderci conto della particolare alchimia che si creava quando il quartetto entrava in sala di registrazione. La loro parabola creativa lo testimonia: con il loro talento e quelle peculiarità che gli autori definiscono “sincretismo musicale”, hanno rielaborato e contaminato tra loro rock, pop, rythm & blues, folk, jazz, musica etnica orientale, musica colta e molto altro. «Tutto li influenzò, niente li condizionò […] erano autentici spiriti liberi – come sa essere libero e spregiudicato solo il genio.» Lo hanno fatto in quattro, con una invidiabile sintonia di valori e di intenti, e questo ha spiazzato anche i critici di altre discipline, portati a considerare il processo della creazione artistica come un fatto individuale, rapportandolo alle dinamiche di una alienante e repressiva società capitalista.

Plettri nelle mani di Dio non è un saggio sistematico, una summa degli orientamenti della critica beatlesiana o una ulteriore, dettagliata biografia. Quel che rende agile ed intrigante questo libro è la sua natura sincopata: brevi capitoli a tema che possono essere piluccati anche a casaccio, seguendo l’uzzolo del momento. «Ci siamo detti più volte, prima di iniziare a scrivere queste riflessioni […] che esse dovessero comporre in ordine sparso e abbastanza permutabile un’opera istintiva e onestamente autarchica […].» Barghi e Grasso parlano pure di “puzzle di emozioni” e non nascondono al lettore i toni celebrativi che affiorano qua e là tra le righe. L’evidente ammirazione che i due autori rivelano per i propri beniamini non è comunque un limite all’analisi. Ammirevole la fluidità della scrittura, sorvegliata e ben armonizzata per ricomporre il pensiero di due autori diversi per formazione e orientamenti (Barghi, nato in Toscana nel 1953, è fotografo naturalista affermato in Italia e all’estero; Grasso, nato a Roma nel 1956, ex-manager aziendale, è scrittore e traduttore dal francese per Newton-Compton, Mondadori e altri); apprezzabile la loro competenza musicale: i musicofili troveranno pane per i loro denti.

Plettri nelle mani di Dio si rivolge ad un pubblico eterogeneo; i fan dell’ultima ora troveranno spunti per approfondire la materia; i più informati avranno l’opportunità di soffermarsi su alcuni aspetti della storia dei Beatles da un diverso punto di vista: nel capitolo Otto anni che cambiarono la musica i due autori tracciano un loro personale diagramma della produzione musicale dei Fab Four. I lettori a caccia di curiosità leggeranno volentieri gli aneddoti sui rapporti tra John e Paul, o quelli del quartetto con George Martin, il “quinto beatle”, figura di arrangiatore e musicista che seppe dare il supporto adeguato a far progredire e maturare il gruppo; e ancora un bel tributo a John Winston (Lennon); pagine sulle chitarre dei Beatles e sul loro fraseggio; sul talento di Paul, raffinato musicista la cui sensibilità seppe affrancare il basso dal ruolo di gregario ritmico al quale era confinato e considerazioni sull’impatto sociale ed economico del fenomeno Beatles.

Godibili e curiose le disamine sugli album sperimentali dei quattro; partirono dal basso, come perfetti analfabeti musicali, e nel giro di breve tempo sovvertirono le forme espressive musicali allora in voga, cannibalizzando se stessi e il successo planetario dei loro primi album. La capacità di manipolare ogni “fonte sonora”, l’uso innovativo dello studio di registrazione, l’invenzione del “concept album”, le sperimentazioni elettroniche del mellotron e del moog, l’uso di nastri registrati a velocità variabili, il cosiddetto tape-loop. Ma sempre e comunque i Beatles hanno “parlato” a tutti (La democrazia dei Beatles è un altro dei capitoli del libro), sollecitando almeno due generazioni di musicisti e di artisti pop a percorrere la loro strada.


http://www.paginatre.it/online/2011/02/14/3593/#more-3593

sabato 15 gennaio 2011

INTERVISTA AD ANDREA BARGHI a cura di Lupo Meni

- L.M.: Nel leggere il libro si coglie molto bene la passione degli autori per i Beatles: c’è ben poca timidezza nel rivendicare la loro grandezza di musicisti, pur senza abbandonare un doveroso senso critico. Almeno questa la mia impressione ad una prima lettura.
Ma proprio in virtù di questa passione, che potrebbe rendere il fan una specie di fiume in piena, mi sono chiesto come siete riusciti ad organizzare il vostro lavoro a quattro mani.
Avevate un metodo di lavoro particolare, magari con tanto di litigate chiarificatrici, oppure tutto è si è svolto con maggiore libertà?
E poi: qualche argomento controverso su cui avete dovuto discutere prima della stesura definitiva?


- A. Barghi : Maurizio Grasso l’ho conosciuto nel 1998 per motivi professionali. Mi trovavo a casa sua con mio figlio Nicola che da un anno aveva intrapreso l’attività di musicista. Ci mettiamo a parlare di molte cose e quando si è fatta l'ora si andare via, senza aver accettato la sua proposta, Maurizio fa una domanda a Nicola: Cosa fai nella vita? Nicola: il musicista... ed io: siccome a me piacciono molto i Beatles e da piccolo Nicola li ascoltava dico che il merito è mio. Da quella domanda casuale è nata la nostra collaborazione: Maurizio ci dice che anche lui ha una passione viscerale per i Fab Four, suona con la chitarra, le loro canzoni. Iniziai a raccontagli cosa sapevo su di loro e… facemmo le due del mattino. Lui mi disse che voleva fare un libro sui Beatles e che dovevamo farlo assieme: “anche se non sei uno scrittore a me basta tu scriva quello che mi hai detto questa sera”. E il libro iniziò. Dopo alcuni giorni avevo scritto più di 90 pagine tutte di getto. Gliele mandai e lui mi mandò le sue. Poi estrapolò il titolo da una mia frase, e il libro dopo sei mesi era pronto. Ma a chi proporlo? Nell'attesa di questi 10 anni ognuno di noi separatamente rileggeva e smussava qualcosa; ed infine Maurizio ha fatto il montaggio del tutto mischiando i nostri contributi. Nessuna litigata. Soltanto molte idee che ci hanno stimolato a migliorarlo giorno per giorno: avevamo la stessa lunghezza d'onda.

- L.M.: Le prime pagine del libro raccontano – in prima persona - dei primi ascolti giovanili dei Beatles e di come poi la passione negli anni si sia sempre più approfondita. Immagino che quanto scritto, chiunque di voi due l’abbia fatto, sia comunque esperienza comune.
Lo dico perché nel leggere “Plettri nelle mani di Dio” si capisce come alla base di questo grande amore per la musica del quartetto vi sia anche una buona dose di erudizione, non solo tanti ascolti delle loro canzoni.
Mi chiedevo: prima di dedicarsi in prima persona nelle vesti di scrittore quali sono stati i testi e le biografie che trattavano dei Beatles e che in qualche modo hanno realmente aiutato a capire il fenomeno Beatles?
Una bibliografia ragionata (e apprezzata da Andrea Barghi) tra l’altro potrebbe essere utile anche a noi lettori.


- A. Barghi: La passione per i Beatles a mano a mano che gli anni passavano si è sempre più approfondita, e parlo a nome di tutti e due, perché le loro canzoni crescevano d'importanza, di impegno, di cultura; e noi con loro..
Ho sempre preferito le biografie originali, e tutti i libri di Mark Lewison (peraltro loro biografo ufficiale, il solo e l'unico autorizzato da tutti e quattro. Anzi, diciamo tutti e tre, poiché prima del 1980, l'anno della morte di John, Mark Lewison stava iniziando a comporre la loro biografia e ancora non era stato pubblicato nulla), che cito anche nel libro. E poi la loro monumentale biografia, ma quella è uscita dopo che avevamo scritto il libro nel 2001. Naturalmente mi è capitato di leggere altri libri su i Mitici, ma sono state solo grandi delusioni. Ricordo un libro, molto pubblicizzato che stavo per acquistare anni fa, quando mi venne di girarlo per leggere le note del retro copertina. La frase terminava così: le stupende gesta dei quattro ragazzi di Manchester??!!! ma lo sanno anche i gatti che i Beatles sono tutti di Liverpool e che giocavano da ragazzini in Penny Lane. ( i Rolling Stones sono di Manchester).
Consiglio assolutamente la loro biografia dal titolo “The Beatles Anthology”, edita in 8 lingue. Poi il cofanetto di cinque DVD dal titolo appunto The Beatles Anthology.
Una precisazione: Maurizio Grasso è scrittore. Io no. Se poi ho scritto questo libro non l'ho fatto per vanità o per soldi ( e neanche Maurizio) ma perché oltre ad essere spronato da mio figlio (che - ci tengo a dirlo - è un musicista di talento), avevo voglia di mettere un punto fermo sulle idee che mi ero fatto su di loro e su quello che mi avevano trasmesso le loro liriche. Peraltro se sono approdato alla musica classica è grazie ai Beatles, soprattutto grazie all’album Rubber Soul, dove in canzoni rock vengono utilizzati e con sapienza strumenti classici. Un esempio per tutti: i violini in Yesterday, che si trova sull'album Help! uscito nel maggio del 1965, 5 mesi prima di Rubber Soul, . l'album della svolta e, che cito anche nel libro dicendo che da allora i Beatles producevano "Dipinti Sonori". Ed oggi si assiste a trionfanti violini, trombe esuberanti, tromboni ecc ecc. Ma poi come? Su Eleanor Rigby sorretta da violoncelli ne avevo contati almeno 4 ma poi sono accorto, anche ascoltando molti anni fa un’ intervista a George Harrison su una televisione americana, che in realtà i famosi 4 violoncelli di Eleonor Rigby erano uno solo!!!!

L.M.: “Plettri nelle mani di Dio”, come del resto si evince dal titolo “improvvisi a quattro mani” , rappresenta una sequenza di competenti riflessioni sul tema Beatles ed anche una proposta di argomenti che una persona curiosa ed appassionata magari potrà poi approfondire.
Un esempio tra i tanti: anche la questione del rapporto tra i quattro e la musica “accademica” che sapevo aver avuto negli anni un’evoluzione, mi pare che nel libro, seppur accennati, si arricchisca di elementi poco noti e degni di essere sviluppati, quanto meno nel considerare non solo l’influenza ricevuta ma anche la considerazione e l’effetto indotto dal quartetto nei cosiddetti “accademici”.
In altri termini mi pare che questo approccio fatto di “scorci inusuali” (leggo spudoratamente dalla quarta di copertina) sia fecondo di ulteriori sviluppi e proposte editoriali.
A parte le pubblicazioni di argomento natura, fotografia, su periodici e che vanno avanti da anni, avete già fatto un pensierino per fare un bis nelle vesti di scrittore di libri musicali oppure per il momento questa rappresenta una felice eccezione?


- A. Barghi: Io e Grasso siamo comunque due appassionati di musica ma i Beatles ci hanno "strappato" da qualsiasi altro genere perché nelle loro canzoni, se non tutta, c’è abbondanza di stili - un altro punto di forza dei quattro ragazzi di Liverpool... non ce li vedo mentre sono in studio a cercare di elaborare qualche nuovo brano dire: idea? inventiamo l'hard Rock... ed ecco che subito si sente Helter Skelter... oppure inventiamo l'havy metal e subito ecco le note di Tiket to ride... no, lo avevano dentro!!! Sono precursori anche in questo.
Non credo che scriverò altri libri musicali, ma Plettri non è un libro musicale. Per me è un libro di uomini con note sulla musica. Quindi l'esperienza libro-musicale termina qui! Sugli accademici siamo stati gentili. Potevamo essere più rabbiosi, ma poiché i Beatles nelle loro canzoni hanno inneggiato a Pace e Amore, abbiamo voluto esser buoni!


- L.M.: L’attività di Andrea Barghi, fotografo naturalista, mi risulta che già prima della pubblicazione del libro a quattro mani con Murizio Grasso abbia incrociato il quartetto di Liverpool non negli usuali termini di ascolto musicale. Non mi riferisco perciò a quello che la musica può offrire in termini di gratificazione e formazione personale.
Mi riferisco semmai al fatto che le loro canzoni possano essere state il completamento di iniziative professionali o il leit motiv dell’attività di suo figlio Nicola, compositore e cantante che sappiamo essere devoto beatlesiano.
Ce ne vuole parlare?


- A. Barghi: Prima una precisazione: Non sono fotografo naturalista! Odio le etichette. Mi occupo di fotografia ad ampio raggio e fotografo solo ciò che mi fa battere il cuore. In parole povere, se ne ho voglia e il soggetto mi piace... scatto. Punto. Lavoro con tutti i formati fotografici esistenti e anche in digitale. Mi sono autodefinito “Fotografo di emozioni” (n.d.r. titolo di una pubblicazione – 2005 - di Barghi) e questa è la sola "etichetta" che mi piace.
Ma veniamo ai Beatles. Si, sin dai miei primi audiovisi ho utilizzato spesso musiche dei Beatles e in particolar modo con mio figlio Nicola e la mia compagna Veronica 5-6 anni fa, inventammo la NoOneBand. In Svezia nel giugno del 2006 mio figlio fece una serie di concerti con cover dei Beatles in occasione dell'ampliamento della strada europea E45!
Poi nei concerti di Verona e di Milano, davanti a circa 3000 persone, abbiamo utilizzato prima di ogni canzone una piccola lettura con mie intuizioni personali e con proiezioni di fotografie del quartetto di Liverpool ad opera di Veronica. Insomma fin dal quel maggio del 1965 mi sono dedicato volontariamente alla divulgazione del "verbo" Beatles. Ed alla luce dei fatti avevo visto giusto!

a cura di Lupo Meni

http://www.ciao.it/Plettri_nelle_mani_di_Dio_The_Beatles_Andrea_Barghi_Maurizio_Grasso__Opinione_1258596



Andrea Barghi e Maurizio Grasso
Plettri nelle mani di Dio
Improvvisi a quattro mani sul tema The Beatles
Prefazione di Italo Inglese
Edizioni Tabula Fati
pag. 168, € 12,00
(ISBN-978-88-7475-200-3)

"Dipinti sonori" e variazioni su tema (di Lupo Meni)

Chi ancora non avesse letto “Plettri nelle mani di Dio” si potrebbe chiedere: “ma che significato ha l’ennesima biografia sui Beatles?”.
Domanda mal posta perché l’opera di Barghi e Grasso non pretende certo di essere una summa esaustiva dell’arte dei Beatles e, per fortuna, neppure uno stitico bignami ad uso di chi non conosce il quartetto di Liverpool.
Il libro, nell’economia di poco più di 160 pagine, si rivela semmai come un’intelligente e competente riflessione su aspetti probabilmente trascurati dai fan più superficiali, sia dalla critica musicale, la quale, almeno in Italia e nel campo pop-rock, spesso dimostra di non essere tale; ovvero di limitarsi a compitucci di mera cronaca gossippara.
Quindi ben vengano libri come “Plettri nelle mani di Dio”, dove gli autori, che pure non hanno fatto della musica la loro professione ufficiale, hanno dimostrato più capacità e rigore dei cosiddetti professionisti.
La passione di Barghi e Grasso per il quartetto di Liverpool è tale – in questo sta il valore aggiunto del libro – da non far perdere quel senso critico altrove assente.
C’è una pagina che vale l’intero libro, goduriosa per tutti coloro che per anni hanno letto bestialità senza che fosse replicato alcunché.
Leggiamo: “nei primi anni settanta circolavano in Italia alcuni critici (per esempio Bertoncelli) che tacciavano i Beatles di fenomeno puramente commerciale e perbenista, una specie di bibita dolciastra buona solo per generazioni passeggere di teen agers urlanti, oppure (Massarini) che consideravano insostenibile il paragone tra i sorpassati Beatles e i meravigliosi Traffic” (pag. 119).
Soprattutto Massarini “Mister Fantasy” lo conosciamo da tempo, recidivo con giudizi a dir poco avventati (forse molto “fantasy”) nel dissimulare la sua ignoranza e pregiudizio in modernità e capacità critica.
Al di là dei gusti personali era giusto ricordare qualche perla dei nostri cronisti musicali (ecco, una definizione migliore rispetto a “critici”).
Deve comunque essere chiaro che queste digressioni nella polemica, che – ripeto – ritengo anche doverosa, sono solo alcuni degli elementi caratterizzanti il libro di Barghi e Grasso: per il resto, come già rilevato da coloro che hanno letto e commentato “Plettri nelle mani di Dio”, l’opera evita quel rischio sempre presente quando si affrontano in poche pagine i cosiddetti “miti”, ovvero un freddo e sbrigativo riassunto biografico; oppure una semplice e dolciastra sequenza di luoghi comuni.
Di freddezza non c’è alcuna traccia perché, se pure Barghi e Grasso dimostrano di possedere dei validi strumenti critici e conoscenze tali da renderli di altra razza rispetto i normali fans che vivono di sole canzoni, la loro devozione al verbo beatlesiano è evidente.
Come in una religione ci possono essere i mistici e i razionalisti, i due autori mi pare riescano a trovare un virtuoso equilibrio tra entusiasmo “mistico” (si vedano lo stile, le iperboli) e analisi “razionale” (l’aver dato conto dell’impatto dei Beatles nella società e nel mondo musicale).
Proprio perché “Plettri nelle mani di Dio” non è una semplice biografia o stitica sintesi della vita e opere del quartetto, possiamo leggerlo iniziando da qualsiasi capitolo più ispiri al momento.
Il filo logico che tiene insieme le pagine del libro non è tanto quello cronologico, evidentemente non molto importante quando il suo valore aggiunto si scopre essere la notizia poco nota o la riflessione polemica, quanto appunto “l’imprinting musicale e sociale” indotto dai Fab Four: in altri termini la “spigolatura” tra le pagine non farà perdere nulla al lettore che voglia interpretare “Plettri” come un piccolo dizionario ad uso di fan raziocinanti e di mentalità aperta.
Tanti brevi capitoli tematici che giustificano percorsi di lettura diversi e futuri approfondimenti, tra ricordi personali, argomenti noti, meno noti e controversi (Quando erano i Bitols, Cosa resta dei favolosi Sixties, La democrazia dei Beatles, Un’anima di gomma, Quante cose nel 1964-1965, Il fascino discreto del passato, Uomini senza rivalità, Il coraggio del talento, Beatlemania, L’altopiano della musica, Il brutto anatroccolo, Piccoli album crescono, Tutti-per-uno, Meglio tardi che mai, Il basso dei Beatles, Otto anni che cambiarono la musica, Le voci dei Beatles, Two for Us, Te lo giuro sui Beatles, All You Need Is Music, Verità e(è) fatica, Troppo grande per essere vero, Le chitarre dei Beatles, Il ridicolo della serietà, Canzoni di pietra, L’Unione fa l’arte, Per John Winston, Il Mito nell’epoca della sua irriproducibilità, Insegnami la strada, Una e-mail dal cosmo).
Oltre al già ricordato significato dei Fab Four sulla società del tempo, inevitabilmente la maggior parte pagine sono dedicate alla musica in quanto tale, alle chitarre di Lennon, Harrison, al basso di McCartney, alla figura forse sottovalutata (ma non da Barghi e Grasso) di Ringo Starr, all’influenza malefica di Yoko Ono, alla qualità delle diverse voci soliste, alla progressiva e rapida evoluzione artistica dei quattro Beatles. O meglio cinque se vogliamo considerare George Martin che, pur privo di autentica genialità, come loro produttore e grazie alla sua formazione classica, ha saputo supportare e tradurre le idee dei quattro musicisti autodidatti.
Un tema spesso sottovalutato (“ci si scontra con una reciproca ignoranza, con poche eccezioni che confermano la regola generale: i musicisti colti sanno poco dei Beatles e i beatlesiani – non sempre – sanno poco di musica classica”) nei testi scritti dai critici e cronisti di musica rock pop ma che in “Plettri” troviamo esposto, magari più da lato polemico (vengono citati Karlheinz Stockhausen ed altri compositori d’avanguardia come simboli di una musica complessa, cervellotica, lontana dalla loro immediatezza), è proprio quello del rapporto tra i Beatles e la cosiddetta musica “accademica”, dalla loro iniziale repulsione alla scoperta e frequentazione.
Nel libro non vengono citati Leonard Bernstein, loro grande estimatore, ma semmai Berio; e parimenti si ricorda l’interesse di Lennon per Bach, per alcuni contemporanei e poi McCartney con le sue incursioni solistiche nel classico: “la straordinaria attitudine della musica dei Beatles (anche postuma) a farsi erudizzare” (pag. 54).
Potrei continuare a lungo, vista la grande quantità di spunti offerti dai due “dilettanti” Grasso e Barghi, ma mi piace terminare con una frase presente nella premessa e che riassume bene lo spirito “devoto” dei due autori: “Difficilmente il futuro ci riserverà artisti in grado di toccare il cuore della gente, di tutta la gente, come hanno fatto loro”.

Lupo Meni



http://www.ciao.it/Plettri_nelle_mani_di_Dio_The_Beatles_Andrea_Barghi_Maurizio_Grasso__Opinione_1258596

RECENSIONE a PLETTRI NELLE MANI DI DIO (di Roberto Barzi - Lettera.com)

I Beatles si sono sviluppati ininterrottamente fino alla loro disintegrazione. Lo prova il fatto che non esistono praticamente ripetizioni nella loro discografia, cosa che accade a molti altri gruppi, il cui excursus creativo appare a volte un'infinita variazione sul tema. Delle loro centocinquanta e più canzoni, gran parte fa storia a sé. Questo dato davvero impressionante testimonia la loro paurosa versatilità (oggetto di invidie talora velenose da parte di altri artisti) e l'intensità del loro creare.

Eterogenei nondimeno simili, innovatori, ma allo stesso tempo tradizionalisti, analfabeti in campo musicale, eppure capaci di comporre melodie raffinate, caratterialmente anarchici, malgrado ciò perfezionisti all'inverosimile nel loro lavoro. Si sta parlando dei Beatles e dell'ennesimo testo a loro dedicato dal significativo titolo Plettri nelle mani di Dio. Un titolo che non vuol essere blasfemo nei confronti della religione, ma che vuol dar significato al fatto che i quattro componenti di Liverpool erano talmente divini nel loro fare musica che li si potrebbe considerare come semplici strumenti in mano ad una entità superiore. O perlomeno questa è la tesi suggerita dai saggisti Andrea Barghi e Maurizio Grasso, che non hanno voluto comporre una ulteriore biografia dei cosiddetti Fab Four, né tanto meno scrivere un testo celebrativo, bensì ricordarli con una serie di brevi capitoli monotematici, nei quali sviluppare e/o approfondire alcuni aspetti della loro arte e, al tempo stesso, descriverli per quello che erano: quattro amici, che pur con le loro problematiche individuali, erano accomunati dalla passione per la musica, e che divennero delle icone fin dai loro primi concerti. I due autori, pur partendo dagli inizi della breve, ma immortale, carriera dei Beatles, non hanno voluto proseguire la loro opera in maniera cronologica, ma hanno progettato il testo come una serie di concise e fulminee dissertazioni senza un ordine preciso, di modo che l'appassionato lettore potesse iniziare a leggerla da un punto qualsiasi. Barghi e Grasso, pur non essendo degli esperti musicologi, da semplici appassionati sono riusciti nell'impresa di descrivere in poche pagine di testo il complesso universo musicale dal quale sono scaturiti i successi dei quattro talentuosi interpreti. Un metodo di lavoro eterogeneo era alla base del loro immenso trionfo: il coniugare della musica popolare con quella colta, la sperimentazione continua delle possibilità concesse dagli apparecchi della sala di incisione, l'inserimento di strumenti etnici all'interno delle loro basi musicali, l'accompagnamento di un un'orchestra, eccetera. Dissertazioni note e meno note sono state collocate vicino ad altre ancora sconosciute, sia sui rapporti di collaborazione ed amicizia tra i quattro musicisti sia sui loro aspetti più intimi e personali, senza voler fare del pettegolezzo ad ogni costo, ma, al contrario, cercando di descriverli nella loro pienezza e complessità. Naturalmente gli autori non si sono limitati a ciò, ma hanno tratteggiato nei loro testi altri svariati aspetti dei Beatles. Essendo comunque il saggio dedicato espressamente alle loro creazioni musicali, Barghi e Grasso hanno approfondito questa tematica dedicando alcune pagine alle chitarre di Lennon e Harrison, al basso di McCartney, alla batteria di Ringo Starr, alla qualità delle differenti voci soliste, al crescente e fulmineo progresso artistico dei quattro. O per meglio dire dei cinque, se si vuol valutare lo storico contributo del loro manager George Martin che, pur sprovvisto di pura inventiva, come loro produttore e grazie alla sua formazione classica, ha saputo incanalare e tradurre le idee dei quattro musicisti autodidatti in sala di incisione.
Un testo alquanto istruttivo, dunque, Plettri nelle mani di Dio, per chi vuol approfondire o conoscere le vicende del gruppo che, in meno di un decennio, sconvolse dalle radici l'universo musicale degli anni '60. Un saggio scritto in maniera lineare, mai troppo tecnico in materia musicale, biografico il minimo indispensabile, ma esaustivo, che ha saputo descrivere il complesso mondo in cui si muovevano i Beatles.

Roberto Barzi (15-01-2011)




venerdì 26 novembre 2010

RECENSIONE a PLETTRI NELLE MANI DI DIO (di Renzo Montagnoli)

Musica e mito

Sul quartetto di Liverpool sono stati scritti libri a profusione, così che non farebbe notizia questo Plettri nelle mani di Dio se non fosse strutturato in modo particolare, con tanti capitoletti che si possono leggere senza un ordine logico, articoli anche di critica e curiosità, spesso ignote ai più.

Resta il fatto che scrivere di questo complesso, che è senz’altro quello di maggior successo di sempre, non è in ogni caso mai troppo, visto il rilievo che hanno avuto in campo artistico, di fatto influenzando profondamente il mondo della musica leggera nella seconda metà del secolo scorso.

Con il trascorrere del tempo, poi, il mito anziché calare, aumenta vistosamente, complici anche eventi successivi allo scioglimento del quartetto, come l’omicidio di John Lennon o la morte, per malattia, di George Harrison.

Perfezionisti fino all’incredibile, i Beatles inaugurarono un nuovo genere, a base ritmico-melodica, di elevatissima qualità, con canzoni che sono entrate nella storia come Yesterday e Penny Lane. Anche sotto il profilo delle esecuzioni, accanto a un batterista e percussionista come Ringo Star, c’erano le magiche chitarre soliste di John Lennon, George Harrison e Paul McCartney, e non a caso il titolo di questo libro è azzeccato (Plettri nelle mani di Dio, dove il plettro, per chi non lo sapesse, è quel piccolo triangolo di plastica con cui si pizzicano le corde di quegli strumenti).

Barghi e Grasso, pur restando nel filone mitico dei Beatles, forniscono notizie che possono andare oltre la semplice curiosità, indubbiamente interessanti per un patito di questo complesso e in ogni caso eloquentemente significative per quelli (non molti in verità) ne ignorano addirittura l’esistenza.

Si passa così dal primissimo periodo di gavetta, analizzando la trasformazione della loro impronta musicale grazie soprattutto a Lennon, al fortunato incontro con George Martin, che oltre a divenire il produttore di tutti i loro album, grazie alla sua formazione classica, riuscì a tradurre le tantissime idee del quartetto nei famosi arrangiamenti e li supportò, coordinandoli, nella particolare tecnica del suono.

Addirittura ci sono alcune pagine dedicate al famoso basso di Paul McCartney, suonato in modo divino, quasi da farlo diventare voce e strumento.

Insomma, Plettri nelle mani di Dio, è un libro da leggere, magari con il sottofondo musicale dei brani che vengono citati, un’occasione in più per riascoltare o ascoltare per la prima volta musiche veramente immortali.

Renzo Montagnoli

http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&det=7530

venerdì 15 ottobre 2010

Novità: PLETTRI NELLE MANI DI DIO

Sui Beatles, uno dei maggiori fenomeni del XX secolo — non solo musicali ma sociali nell’accezione più ampia del termine — sembra sia stato detto e scritto ormai tutto. Eppure libri sul quartetto di Liverpool continuano a essere sfornati, a tutte le latitudini e in tutte le lingue.
Cosa si propongono, nel loro, Andrea Barghi e Maurizio Grasso? Non è giusto pretendere una summa critica o una minuziosa biografia. E neppure l’ennesima, definitiva Verità sull’argomento decisa a fare giustizia di tutte le precedenti. Ciononostante, per la sua natura “rapsodica”, quest’opera risulta fin da subito estremamente accattivante.
Traspare netto l’intento di evitare le insidie di un approccio troppo rigoroso e sistematico, di privilegiare un accostamento al tema Beatles per così dire “tangente”, non per questo meno competente e appassionato, che guida il lettore nel complesso mondo Beatles grazie a una sequenza di spaccati, di scorci inusuali, di sapide riflessioni. Restano, nell’apparente casualità dei temi proposti, due filoni su cui gli Autori tornano costantemente: l’imprinting musicale e sociale enormi dei Fab Four.
Concepito come una serie di capitoletti tematici, Plettri nelle mani di Dio si può leggere di fila come un saggio o un romanzo, ma anche no. È altrettanto se non più congeniale spigolarlo qua e là, con la curiosità con cui si sfoglia un dizionario, decidendo sul momento il percorso. Una lettura che non delude e offre molti spunti di riflessione.



Andrea Barghi e Maurizio Grasso
PLETTRI NELLE MANI DI DIO
Improvvisi a quattro mani sul tema
The Beatles

Presentazione di Italo Inglese
Copertina di Vincenzo Bosica
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-200-3]
Pagg. 168 - € 12,00

mercoledì 13 ottobre 2010

Scrjabin e Kandinsky: un percorso verso un’arte “totale” e “unica”

Eclettismo e sperimentazione hanno preso il sopravvento su obiettivi nobili quali progresso spirituale e perfezione



In un libro sui Beatles d’imminente pubblicazione (A. Barghi, M. Grasso, Plettri nelle mani di Dio, Tabula fati), le canzoni del quartetto di Liverpool sono assimilate a “dipinti sonori” e ricondotte ad un “sincretismo musicale” che fonde elementi eterogenei.
Tale commistione di generi e forme non è nata con i Beatles, ma affonda le proprie radici in epoche ben più risalenti nel tempo. Al riguardo, è significativo l’esempio di Alexander Scrjabin e Wassily Kandinsky i quali, agli inizi del secolo scorso, mossi dal desiderio di ampliare le proprie esperienze oltre i limiti dei rispettivi campi artistici, tentarono di realizzare un nuovo ordine spirituale ed un’arte concentrata sull’interiorità dell’artista, anziché sul mondo oggettivo. L’obiettivo era, per Scrjabin, di far luce con i suoni negli abissi dello spirito e, per Kandinsky, di rendere visibile l’invisibile, sviluppando la ricerca, avviata dalla pittura simbolista e dalla musica di Debussy, volta ad attingere l’essenza segreta delle cose e a scoprire le corrispondenze misteriose fra la natura e l’immaginazione.
Skrjabin e Kandinsky vagheggiavano una nuova forma d’arte totale che facesse crollare i muri divisori, individuasse un denominatore comune e pervenisse ad un’arte unica, fatta di elementi sonori, visivi e plastici (musica, poesia, teatro, danza), cioè alla fusione di tutte le arti in una sintesi superiore (Gesamtkunstwerk). Questa tendenza, che aveva già avuto un interprete in Wagner - il quale, guardando indietro all’antica tragedia greca, rivitalizzò la correlazione espressiva di parola e musica - troverà adepti tra i futuristi russi e italiani. Nella Costituzione di Fiume, occupata nel 1919 da un manipolo eterogeneo di volontari, tra cui numerosi futuristi, sotto il comando di Gabriele D’Annunzio, si legge che la musica è il principio centrale dello Stato.
Nel percorso per la costruzione dell’arte totale, intrapreso da Scrjabin e Kandinsky, la musica occupa un ruolo preminente. In contrasto con l’opinione di Gauguin, secondo cui la pittura è la più espressiva delle arti in quanto «capace di un’unità negata alla musica», Scrjabin e Kandinsky affermano il primato della musica sulle altre arti in coerenza con la corrente di pensiero ad avviso della quale solo la musica può raggiungere il territorio dell’ “indicibile”, inaccessibile alla parola, e può stabilire un intimo rapporto con la vera essenza di tutte le cose. In tale prospettiva, la musica assume la funzione di paradigma al quale le altre arti devono tendere. Kandinsky afferma infatti che l’artista che non voglia limitarsi all’imitazione della natura ma voglia essere un creatore ed esprimere il suo mondo interiore si volge necessariamente alla musica, l’arte più immateriale. Lo stesso Gauguin, pur rivendicando il primato della pittura, dichiara che l’artista «deve cercare più la suggestione che la descrizione, come del resto accade in musica». Questa esigenza induce la pittura a trasferirsi in un’altra sfera, cioè nella dimensione dell’arte astratta. In questo cammino dell’arte verso una dimensione più spirituale, assume fondamentale importanza il rapporto tra suono e colore, rapporto del quale esisteva consapevolezza già nell’antichità. Basti notare, in proposito, che il termine Raga, utilizzato per designare le antiche melodie indiane tramandatesi fino ai giorni nostri, significa “colore”, “passione”.
Corrispondenze tra suono e colore sono formulate da numerosi poeti, artisti, musicisti: Mallarmé, in una sua famosa poesia, evoca l’azzurro trionfante «che canta nelle campane, anima che si fa voce»; Rimbaud stabilisce una concordanza tra vocali e colori; Gauguin sostiene che i rapporti di tono in pittura si equivalgono ad accordo e armonia in musica e che tale equivalenza giustifica l’espressione “partitura musicale del quadro”; Kandinsky assimila l’arancione alla voce di una soprano e al largo musicale di una viola; Carrà, nel manifesto La pittura dei suoni, rumori, odori (1913), teorizza la resa plastica del rumore attraverso linee, volumi e colori; il futurista Luigi Russolo intitola un suo quadro “La musica”; Aaron Copeland afferma che il timbro della musica è analogo al colore della pittura.
In una recente biografia di Glenn Gould, la musicologa Katie Hafner racconta che il leggendario pianista canadese dedicò l’intera esistenza, senza mai trovare piena soddisfazione, alla ricerca di uno strumento che producesse particolari “vibrazioni di colore”. Hafner inoltre rileva che è diffuso tra i concertisti l’uso della parola “brillante” per descrivere il suono di un piano sul registro acuto, un suono simile al diamante, dagli spigoli duri e taglienti (Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto, Torino 2008). Un tentativo di individuare scientificamente un’identità comune tra vibrazioni luminose e vibrazioni sonore fu compiuto da Isaac Newton, il quale, constatata la somiglianza tra lo spettro luminoso e la scala diatonica, lo divise in sette parti e stabilì corrispondenze teoriche tra colore e altezza dei suoni, su una base fisica.
Scrjabin, a sua volta, compila una tabella di concordanza tra elementi musicali e pittorici e prevede, per l’esecuzione del “Prometeo” o “Poema del fuoco”, l’uso di una macchina che proietta su uno schermo colori in corrispondenza a note o gruppi di note. Tuttavia, per il musicista russo, colori e suoni non costituiscono soltanto fenomeni fisici o estetici, ma simboli che racchiudono significati reconditi, e la fusione di suono e colore esalta tale simbolismo. Gli elementi di pittoricità presenti nella musica di Scrjabin sono finalizzati a produrre un particolare fenomeno sensoriale, denominato in inglese colourhearing (“ascoltare il colore”), mediante il quale si instaura una peculiare corrispondenza di vibrazioni tra creatore e fruitore dell’opera d’arte.
Questa concezione è evidentemente agli antipodi della cosiddetta “arte contemporanea”, in cui l’eclettismo e la sperimentazione fine a se stessa hanno preso il sopravvento sull’obiettivo di un progresso spirituale da compiere e di una perfezione da raggiungere.

Italo Inglese

Linea anno XIII numero 224

http://www.lineaquotidiano.net/node/14656

venerdì 7 maggio 2010

Presentazione al XXIII SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO (Domenica, 16 maggio ore 19,30)

REGIONE ABRUZZO
Assessorato Sviluppo del Turismo, Politiche Culturali

Servizio Politiche Culturali


Torino Lingotto Fiere
XXIII SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO
13 – 17 Maggio 2010

Stand R 34 Padiglione 3




Domenica, 16 maggio ore 19,30
Juventìade

di Ugo Tozzini
Coordinatore Marco Solfanelli
EDIZIONI TABULA FATI

lunedì 12 aprile 2010

Per tutta l’estate 2006...

Per tutta l’estate 2006 la TV di Stato ha fatto passare e ripassare sino alla nausea alcuni brani di telefonate di Moggi il cui contenuto di per sé era assolutamente innocuo. Per caricarle di fango e di un ben più vile messaggio subliminare la recita era enfatizzata da un doppiatore con greve accento siciliano mentre in sottofondo, a buon intenditore, signoreggiava la colonna sonora del film “Il Padrino”. Come possiamo chiamare queste trovate giornalistiche? Basta chiamarle mascalzonate? E’ troppo aspettarsi ora la stessa gogna mediatica, seppur con quattro anni di ritardo, anche per altri ben più potenti habitués delle telefonatine di calore agli arbitri, guardalinee e designatori?

Ugo Tozzini