sabato 22 giugno 2013

OMBRE SUL SOLE (UOMINI 'CONTRO' IN UN RECENTE LIBRO DI ENZO NATTA) DI ENNIO DE ROBERTIS

Colloqui di lavoro

OMBRE SUL SOLE
Ombre sul sole


Storie di uomini contro, in un recente libro di Enzo Natta

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Che cosa possono avere in comune persone tanto diverse come Giuseppe Bottai, Frédéric Rossif e Folco Lulli? Quale denominatore salda fra loro queste tre “vite parallele” collegando strettamente episodi pressoché sconosciuti che hanno trasformato le loro esistenze in esperienze avventurose sulle quali hanno sempre mantenuto un ostinato quanto scruopoloso riserbo?
Giuseppe Bottai fu ministro delle corporazioni ai tempi del fascismo, elaborò la Carta del lavoro, base dell'ordinamento corporativo, e in seguito, come ministro dell'Educazione Nazionale, si fece promotore di una riforma scolastica che prevedeva fra l'altro l'insegnamento del cinema nelle scuole di ogni ordione e grado. In seguito al voto contro Mussolini nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo tenutasi la notte del 25 luglio 1943 fu condannato a morte in contumacia nel processo di Verona. Fuggito in Algeria si arruolò nella Legione Straniera e partecipò allo sbarco in Provenza nell'estate 1944 assumendo un ruolo di primaria importanza nello svolgimento delle operazioni.
Frédéric Rossif, documentarista e regista francese, ha realizzato film di montaggio su momenti e nodi decisivi della storia contemporanea come Vincitori alla sbarra, Morire a Madrid e La rivoluzione d'ottobre. In televisione ha firmato serie di successo come Gli animali e L'opera selvaggia. Di origine montenegrina, era il nipote della regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III, e nel 1940, allora diciottenne, si trovava a Roma, dove frequentava la facoltà di matematica. Quando le truppe dell'Asse invasero la Jugoslavia, fuggì dall'Italia, raggiunse in modo avventuroso la Siria, dove le forze francesi erano rimaste fedeli al  governo del generale De Gaulle, e si arruolò nella Legione Straniera. Aggregato al corpo di spedizione francese in Italia, alla fine del maggio 1944 prese parte a un audace colpo di mano che permise agli Alleati di liberare Roma, scongiurando nello stesso tempo il rapimento di Pio XII da parte dei nazisti.
Folco Lulli, debuttò come attore nel film Il bandito (1946) di Alberto Lattuada rivelandosi subito interprete dotato di intensa capacità comunicativa e di rilevante efficacia drammatica. Dopo aver preso parte alla campagna d'Etiopia era stato richiamato e nel settembre del 1943 si trovava ricoverato all'Ospedale militare di Torino per cause di servizio. E' in quell'ambiente che incontrò alcuni militanti di “Giustizia e Libertà”, una frequentazione che contribuì ad accrescere in lui la crisi nutrita nei confronti del fascismo, dell'alleanza con la Germania, della guerra. Sorpreso dall'armistizio, era riuscito a raggiungere il Basso Piemonte, dove si era aggregato alle formazioni partigiane di Martini Mauri, operative nella zona delle Alpi Marittime.
Che cosa hanno in comune Giuseppe Bottai, Frédéric Rossif e Folco Lulli? Li accomunano le loro storie rubate, mai raccontate perché scomode e tenute sottochiave a vario titolo. Li accomunano il silenzio con cui hanno protetto il proprio vissuto negli anni della Seconda guerra mondiale, il passaggio sotto altre bandiere (Bottai e Rossif militarono nella Legione Straniera) e l'adozione di una diversa identità (tutti e tre cambiarono nome, Lulli assunse il nome di battaglia di Farfalla e, mazziniano convinto, mutò momentaneamente casacca aggregandosi a una banda partigiana monarchica). Li accomuna il trauma che li spinse a chiudere alle loro spalle la porta di un passato che se da una parte avrebbe potuto dispensar loro encomi a privilegi, dall'altro evocava lutti e orrori. Un passato che era meglio dimenticare e che li ha resi prigionieri di un volontario silenzio nel quale si erano ermeticamente chiusi.
Bottai, Lulli e Rossif sono i protagonisti di Ombre sul sole – Storie di uomini-contro (Tabula fati. Chieti, 2013. € 11,00), romanzo-saggio che Enzo Natta ha ricostruito tassello dopo tassello e poi raccontato in questa non-fiction novel dove storia, cronaca e racconto epico si intrecciano di continuo.
Ne parliamo con Enzo Natta (nella foto a destra) cominciando dal significato del  titolo.
“Bottai, Rossif e Lulli sono le “ombre sul sole” mitizzate dai poemi epici  giapponesi, macchie che hanno oscurato la “chanson de geste” dei  “ronin”, samurai disillusi e senza padroni che hanno scontato gli errori altrui riscattando colpe collettive e sacrificandosi nell'anonimato di un eroismo mai celebrato dall'epica, che si sono sacrificati riscattando attraverso una tardiva ma salutare presa di coscienza non solo l'ambiguità dei loro trascorsi, ma anche gli inganni subiti e gli altrui tradimenti. Miti rubati, eroi dimenticati, memorie perdute di uomini esiliati dalla Storia. Per calcolo politico, per scelta propria. Ombre sul sole, uomini senza identità, macchie che offuscano la verità e che suscitano lo sdegno della coscienza civile, offesa da reiterati silenzi.
Giuseppe Bottai, Frédéric Rossif e Folco Lulli sono antagonisti, uomini-contro che si sono ribellati al padre. Bottai a Mussolini, Rossif alla zia Elena diventata regina d'Italia, Lulli a un'identità perduta dopo aver preso  parte alla campagna d'Etiopia e aver smarrito quelle certezze che l'avevano spinto a partecipare all'avventura africana in cui visse quella metamorfosi che Ennio Flaiano racconta in Tempo di uccidere.”
Com'è nato questo libro? -
“Tutto è cominciato grazie a Frédéric Rossif. L'avevo conosciuto nella tarda primavera del 1987. Il regista franco-montenegrino era arrivato a Cinecittà per Morandi, uno special di 52 minuti sul pittore bolognese realizzato per conto della Rai e dell'Istituto Luce. Un ritorno al vecchio amore per la pittura, ai famosi cortometraggi su Picasso, Matisse, Cocteau e Chagall che gli avevano aperto le porte del cinema.
Rossif considerava Morandi il più grande pittore italiano moderno, “il solo che non dipinge argomenti, ma fa della pittura pura, come Braque”, e lo paragonava a Leopardi per lo stesso sentimento di tragedia umana e la stessa densità di creazione. Una passione, quella di Rossif per la pittura, e lo stesso amore per Morandi, riscontrabili, fra gli uomini di cinema, soltanto in Valerio Zurlini.
Il presidente dell'Ente Cinema, la holding del gruppo cinematografico pubblico, era allora un ex sindacalista, molto pragmatico, romanaccio che andava per le spicce e che disdegnava ogni formalità burocratica.
“Staje appresso” mi disse. Niente di più. Due parole che bastavano a condensare più mansioni: delegato alla produzione, controllore, assistente, accompagnatore, uomo di fiducia, responsabile degli ulteriori sviluppi. Nel rispetto di una tradizione millenaria che in un gesto del Sommo Pontefice diceva più di cento parole: “Ad nutum Summi Pontificis”. Bastava un cenno e la volontà superiore si esprimeva attraverso l'equivalente di un'investitura.
Dell'intera opera di Rossif Morire a Madrid restava di gran lunga il prodotto da me preferito. Motivi sentimentali, indubbiamente, che non tenevano conto delle critiche mosse a quel film di montaggio, accusato di riassumere schematicamente la guerra civile spagnola nell'antinomia fascismo-antifascismo e di sorvolare invece sulla complessa dialettica politica, sociale, militare in cui si articolava il fronte repubblicano. Tutte questioni che si legavano al ricordo di mio nonno, lupo di mare, giramondo, cacciatore di tesori, libertario, che a settant'anni compiuti raggiunse in Spagna i suoi compagni anarchici e che rischiò di finire ammazzato dagli stalinisti dopo gli scontri di Barcellona del maggio 1937 assieme al suo amico George Orwell.
Storie raccontate nel Graffio della regina e che ora non è il caso di ripetere. Ricordo soltanto che quando per puro caso ne accennai a Rossif i nostri rapporti cambiarono e da formali diventarono  via via confidenziali. La comune passione per la Storia aveva spazzato via ogni riserbo.
Il ghiaccio si ruppe proprio con la guerra di Spagna. Rossif ammise che effettivamente in Morire a Madrid la parte carente era proprio quella relativa alla divisione delle sinistre, al contrasto fra anarchici e trotzkisti da una parte e stalinisti dall'altra, sacrificata nella durata di 85 minuti al tono epico e lirico che faceva da supporto alla rievocazione di quell'evento storico.”Se dovessi rifarlo oggi,” mi disse allora “lo rifarei con un altro taglio, meno celebrativo e più critico dal punto di vista storico”.
Le cose con il documentario su Morandi andavano per le lunghe e fu allora che per riempire tempi vuoti feci una lunga intervista a Rossif per “Immagine & Pubbico”, la rivista dell'Ente Cinema, apparsa poi sul numero 4 del 1987. In quell'intervista Rossif parlò fra l'altro della sua partecipazione alla campagna d'Italia nel corso della Seconda guerra mondiale. Inquadrato nei corpi speciali della Legione Straniera impegnati sul fronte di Cassino sotto il comando del generale Alphonse Juin, Rossif visse inizialmente una snervante guerra di posizione che aveva inchiodato gli Alleati.
Nonostante intensi bombardamenti a tappeto, gli Alleati non riuscivano a rendere inoffensivo il fuoco d'artiglieria tedesco a causa di un cannone a lunga gittata montato su binari ferroviari che gli consentivano di rientrare in una galleria nei pressi di Velletri e di sottrarsi in tal modo all'offensiva aerea. Per eliminare l'inconveniente che sbarrava la strada per Roma, gli Alleati decisero un colpo di mano con un'azione di commandos. Il compito toccò a una pattuglia della Legione Straniera di cui faceva parte lo stesso Rossif.
L'operazione fu coronata da successo e gli Alleati trovarono spianata la la via per Roma. Fortunatamente per Rossif, che era stato catturato e rinchiuso nella famigerata prigione di via Tasso.
Rossif non parlava volentieri di quell'esperienza, ma poco alla volta si lasciò andare a confidenze. Al punto che si cominciò ad accarezzare l'idea di realizzare un film di montaggio su quell'episodio, originato dal tentativo di sventare il rapimento di Pio XII da parte dei nazisti.”
Un progetto che se ne è portato appresso un altro, vale a dire quello su Bottai. -
“L'operazione per far fallire il rapimento di Pio XII, allora secretata dagli Alleati e rimasta tale, ne richiamò subito un'altra (e qui entra in ballo Bottai) di cui nella Legione si parlava diffusamente e che Rossif era riuscito a portare alla luce andando a scovare l'ultimo sopravvissuto in una casa di riposo per vecchi legionari in Provenza.
Dato che su quest'ultima operazione militare che portò alla liberazione della Provenza e della Costa Azzurra non esisteva alcun materiale filmato, Rossif aveva  pensato a una fiction. Fu così che cominciò il nostro lavoro. Che non era un lavoro ma un divertissement. Rossif lo chiamava un bricolage, fatto quasi per scherzo e per ingannare il tempo. Rossif parlava, con tale precisione e lucidità che gli appunti si traducevano ipso facto in un testo. Lui lo rivedeva apportando soltanto qualche lieve correzione. Fu così anche per la fiction su Bottai, un'esperienza che lo divertì moltissimo perché si trattava di conferire una veste romanzesca a un fatto storico quasi del tutto ignorato. “Ti è venuta qualche idea?” mi chiedeva. “Mettila dentro e non aver paura di esagerare. Gli americani non si preoccupano di spararle grosse e sfidare l'inverosimile. Per questo i loro film hanno successo.”
Sul progetto di fiction, per il quale Rossif  suggerì il titolo Nuit sur la victoire (“Buio sulla vittoria”), iniziammo anche a far qualche prova su una “story-board”. Ai corsi di filmologia organizzati dai circoli del cinema dell'Ancci (Associazione nazionale circoli cinematografici italiani) avevo conosciuto Luca Bosio, un giovane architetto prematuramente scomparso, che disegnava molto bene e lo convinsi a buttar giù un po' di idee. Luca sfornò alcune tavole che incontrarono l'approvazione di Rossif. “Benissimo” commentò. E subito dopo aggiunse ridendo: “Se non riusciremo a realizzare la fiction avremo pur sempre ottimo materiale per un fumetto.”
- E Folco Lulli come si è aggiunto a Bottai e Rossif? -
Tutt'altra storia. L'iniziativa per ricordare il centenario della nascita di Folco Lulli era partita da Romano Milani, segretario generale  del Sindacato nazionale giornalisti cinematografici. Accettai di entrare a far parte dell'iniziativa a patto di limitarmi a raccontare l'esperienza del Lulli partigiano. Lo avevo intervistato all'inizio del 1970 per “Il Giornale d'Italia” quando stava per  iniziare le riprese di Le stelle cadono d'estate, film nel quale voleva raccontare un episodio connesso a quell'esperienza. L'anno prima aveva diretto Gente d'onore debuttando nel lungometraggio a soggetto e a quel punto intendeva ripetersi con un soggetto autobiografico.
Sull'avventura di Folco Lulli negli anni della Resistenza disponevo di pochissimi elementi, ma per fortuna i figli mi avevano consegnato alcune lettere di ex commilitoni che avevano combattuto al suo fianco. Tutti residenti in Piemonte, a Mondovì. Andai a cercarli, ma trovai soltanto delle vedove. Di buona memoria, per fortuna, e tanta voglia di chiacchierare. Dai loro racconti è scaturita una storia che ha dell'incredibile e che se non fosse stata verificata sino in fondo ancora adesso potrebbe sembrare sbalorditiva.“
- Gente d'onore è stata l'unica regia di Folco Lulli. E Lulli era uomo d'onore fino in fondo. Lo dimostra la disputa sulla regia diFuga in Francia, da Lulli attribuita a Pietro Germi. Non è vero? -
“Verissimo! A inizio riprese Mario Soldati si ammalò e Germi, che aveva già due regie alle spalle, oltre che recitare si mise anche a dirigere. Voi giornalisti, voi critici dovete dirlo, si raccomamdò Lulli dopo avermi raccontato come andarono le cose. Ottemperare a questo desiderio mi è sembrao il miglior modo per rispettare quelle ultime volontà.”

sabato 25 agosto 2012

AMORE E ODIO


La Juventus è la società calcistica di cui, nel bene e nel male, si parla di più in Italia. Per lei da sempre si è spesa, per esaltarla o irriderla, l’attribuzione antropomorfica di un’identità umana speciale, quella di una signora bellissima e distinta che incute intorno a sé rispetto, di una dama di nobile lignaggio dai modi naturalmente signorili e pacati, ma irresistibilmente determinati.
La Vecchia Signora, questo il suo appellativo più ricorrente, è un’amante raffinata ed esigente. Di lei che a noi bianconeri suscita una passione esclusiva e irrefrenabile siamo pazzamente innamorati e gelosi. Ma quel sentimento diventa un’ossessione da rimuovere con ogni mezzo per chi non riesca a possederla o si senta da lei ignorato ed escluso. Lei non si lascia sedurre dalle avances grossolane e mercantili di popolani arricchiti, corteggiata com’è sotto ogni latitudine da sempre nuove folle d’innamorati adoranti.
Purtroppo, come il mondo della comunicazione esige per ogni star internazionale, parlare di lei, non importa se per incensarla o denigrarla, è sempre un evento che arricchisce in notorietà, soldi e audience i primattori e le comparse della prostituzione mediatica.
Esente dal becero provincialismo delle faziosità di campanile che caratterizzano la parte più rozza del mondo del calcio, la Signoraè continuamente oggetto di opposte attenzioni, di sentimenti forti e conflittuali, ora amorevolmente carezzevoli ora perfidamente graffianti, in ogni caso mai espressioni di noncuranza e impassibilità.
Nei suoi colori sociali c’è posto solo per il bianco e il nero, non per il grigio, colore spesso preferito invece dal popolino che, rintanato nell’ombra anonima del suo loggione, osa lanciare lazzi e sguaiataggini all’indirizzo del suo palco regale, insinuare gratuite maldicenze contro di lei e attentare impunemente al suo onore.
Senza dubbio nel determinare la sua diversità di classe e di ceto hanno un peso decisivo gli annali dorati della sua gloriosa storia ultracentenaria, la cavalcata trionfale dei suoi trenta scudetti, la sua perenne fame di vittorie, la regale signorilità e inesausta passione con cui un’invidiata dinastia familiare, irripetibile in Italia e nel mondo, l’ha allevata, educata e custodita.
Da non sottovalutare poi l’aristocrazia dei suoi natali.
Le sue avversarie e consorelle dello sport pallonaro sono nate popolane, chi tra i fumi di un’osteria, chi tra il vociare indistinto di un oratorio polveroso, chi tra gli schizzi delle pozzanghere di un campetto di periferia, nel migliore dei casi alla scrivania di un megalomane “padrone del vapore”.
Lei è nata, non per caso, per iniziativa di un gruppo di studenti liceali riuniti in elegante consesso su una panchina del corso più aristocratico della “regal Torino”, l’ex capitale d’Italia. E non è differenza da poco.
Forse, però, neanche questo DNA pur socialmente discriminatorio basta a spiegare la genesi di sentimenti in così lacerante contrapposizione fra loro.
Il vero segreto di quest’enigma di consenso e rancore, di passione e malevolenza, di amore e odio si annida più in profondità, addirittura e inaspettatamente nel carico di splendore e responsabilità del suo nome, Gioventù.
E’ un nome speciale, presagio di significato e di senso assai impegnativi, capace di evocare l’audacia, il fascino, la bellezza, la leggenda della giovinezza, il mito che da sempre ha accompagnato l’uomo di ogni cultura nella sua esplosiva avventura adolescenziale, il tesoro affannosamente cercato in ogni tempo e in ogni contrada, l’inafferrabile fonte di gioia e sogno d’immortalità. Un intenso squarcio di vita troppo bello per essere odiato, ma troppo breve e sfuggente per essere a lungo amato senza nostalgia e risentimenti feroci.
Da una parte il tempo della giovinezza permette a chi lo vive di sognare, di staccarsi con spensieratezza dalla realtà, di gustare l’illusione di una vittoria senza fine sul tempo e sulle cose.
Dall’altra il mito della gioventù sfiorita, il passato povero ormai scivolato fra le dita solo come sabbia di una clessidra troppo frettolosa che va svuotandosi di grani, può ingenerare in chi lo ha perduto un bisogno di rivalsa, di vendetta, di odio.
Ritorna l’irrisolto conflitto esistenziale, fra il sogno di giovinezza e l’inesorabile acida resa alla vecchiaia, fra la perdurante voglia giovanile di vita di chi ama la giovinezza e l’angosciante struggimento di rivincita di chi invece la odia, come memoria da rimuovere di un bene a suo tempo scialato e ormai irrimediabilmente perduto.
Cara, impareggiabile Signora Gioventù, a te la passione e il delirante abbraccio di milioni di innamorati. A loro, i tuoi arcigni e frustrati detrattori, il macigno divorante dell’invidia e il lettino dello psicanalista.

Umberto Tozzini

martedì 8 maggio 2012

Presentazione al Salone del Libro di Torino (Domenica 13 Maggio 2012)

Domenica 13 maggio 2012

ore 19:30 - 20:00

LUIGI TENCO. Storia di un omicidio
di Nicola Guarneri e Pasquale Ragone

Edizioni Tabula fati


Lingotto Fiere - Padiglione 3 -  Stand  R 38 – S 41  



venerdì 27 gennaio 2012

Il "giallo" Tenco. Un libro svela l'ultima verità (www.lastampa.it)





Quarantacinque anni di misteri

"Non fu Dalida a scoprire per prima il corpo senza vita di Luigi Tenco nella sua stanza all'hotel Savoy di Sanremo, ma Lucio Dalla". E' la tesi contenuta nel libro "Luigi Tenco, storia di un omicidio" di Nicola Guarneri e Pasquale Ragone. Nel 45esimo anniversario della morte del cantante, gli autori del volume ne ripercorrono le ultime ore di vita ed escludono che Tenco possa essersi suicidato. A Ricaldone, comune dell'alessandrino dove l'artista è sepolto, preferiscono ricordarlo con le sue canzoni. "Non ci appassionano - afferma il sindaco - i retroscena sulla sua fine".

Servizio di Francesco Gilioli e Giorgio Ragnoli

http://multimedia.lastampa.it/multimedia/in-italia/lstp/113637/

Sono passati 45 anni dalla morte di Luigi Tenco (27 gennaio 1967)

Poche vicende hanno simmetricamente diviso l’Italia per così tanto tempo come la tragica fine del cantautore genovese Luigi Tenco. L’annosa dicotomia tra omicidio e suicidio, emersa fin dalle prime ore di quella notte del gennaio 1967, sembra ancora lontana da una soluzione certa. A tal proposito, tra le opere che hanno fatto più discutere c’è un libro, pubblicato dalla casa editrice Tabula Fati nel luglio 2011, che già dal titolo toglie ogni dubbio: “Luigi Tenco. Storia di un omicidio”.

Gli autori. Pasquale Ragone e Nicola Guarneri sono i due giornalisti che si sono lanciati in questa complicata vicenda. I due autori (criminologo il primo, scrittore d’Inchiesta il secondo) hanno scritto un libro a 360 gradi, il primo che tratta unicamente la morte del cantautore genovese. Questi self-made-journalist hanno svolto un lavoro certosino, basato su innumerevoli interviste (la maggior parte inedite) che mantengono uno stile assolutamente colloquiale, utile a far rivivere al lettore le esperienze e i particolari che spesso gli intervistati ripescano dal passato. Gli stralci di queste interviste, riportate interamente in fondo al libro, e un’accurata analisi storico-politica del periodo vanno a formare le due parti in cui si divide l’opera: nella prima si esaminano i motivi che avrebbero portato all’omicidio di Tenco, mentre nella seconda vengono raccolte tutte le prove scientifiche a supporto della tesi omicidiaria, compresa una dettagliata ricostruzione della serata sanremese.

I motivi dell’omicidio. I due autori fondano questa parte del libro sull’intervista a Giovanni Di Stefano, un avvocato di fama mondiale noto ai più per aver difeso nei rispettivi processi il leader serbo Slobodan Milosevic e il dittatore iracheno Saddam Hussein. Di Stefano racconta di un colloquio privato con Mario Moretti, il brigatista che uccise Aldo Moro, nel quale sarebbe venuto a conoscenza del ruolo di Tenco in un tentato golpe in Argentina per spodestare l’allora presidente Arturo Illia. Tenco, che in quanto cantautore era in grado di oltrepassare i confini internazionali senza destare sospetti, sarebbe stato utilizzato dai servizi segreti come informatore. A supporto di tale teoria ci sarebbe anche una dispensa speciale firmata dal Presidente della Repubblica in persona, Giuseppe Saragat, per permettere a Tenco di espatriare nonostante fosse impegnato nel servizio di leva. Guarneri e Ragone setacciano ogni archivio in cerca di prove che confermino la tesi dell’avvocato, come ogni giornalista dovrebbe fare con le proprie fonti. La sensazione, per chi legge, è che effettivamente Tenco sia stato invischiato in un gioco più grande di lui; una volta realizzato il proprio ruolo nella vicenda il cantautore si sarebbe convinto a sporgere una denuncia, motivo per cui sarebbe stato tolto di mezzo.

Le prove scientifiche. Nella seconda parte del libro gli autori si concentrano sulle prove scientifiche, riportando interviste di esperti dei settori più disparati (dalla balistica alla calligrafia). Nonostante le controverse conclusioni a cui giunsero i magistrati in seguito alla riapertura del caso (con la conseguente autopsia) avvenuta nel 2006, sono molti i punti che non quadrerebbero con la tesi suicidiaria, dalla mancanza del segno di Felc alla negatività della prova dello Stub. Particolare attenzione va all’analisi del bossolo: secondo il professor Farneti, autorevole docente di balistica, i segni presenti sullo stesso sarebbero sintomatici dell’uso di un silenziatore, prova inequivocabile che si trattò di un omicidio.

Conclusioni. Il lavoro appare assolutamente esaustivo e convincente. D’altronde sono gli stessi due autori che attraverso le novità descritte nel libro, come la scoperta di alcune fratture ante-mortem sul corpo di Tenco, le analisi balistiche e quelle medico-legali chiederanno la riapertura del caso per omicidio a carico di ignoti. Per mettere la parola fine ad una vicenda che sta per compiere 45 anni.

lunedì 23 gennaio 2012

Ricordando Luigi Tenco: La vita, la musica e la morte fra misteri e arte

Il 27 gennaio 2012 saranno passati 45 anni dalla morte di Luigi Tenco. Poche vicende hanno simmetricamente diviso l’Italia per così tanto tempo come la tragica fine del cantautore genovese. L’annosa dicotomia tra omicidio e suicidio, emersa fin dalle prime ore di quella notte del gennaio 1967, sembra ancora lontana da una soluzione certa. Ma ripercorriamo brevemente la storia di questo ragazzo morto prematuramente all’età di 29 anni.
Luigi Tenco nasce a Cassine (Alessandria) il 21 marzo 1938. La passione per la musica è evidente fin da piccolo: a soli 15 anni fonda il suo primo gruppo, la Jelly Roll Boys Jazz band. A 19 anni entra nel Trio Garibaldi e la voglia di sperimentare nuovi strumenti ne perfeziona la tecnica. Sono i primi passi nel mondo della musica, la stessa che sarebbe diventata da lì a qualche tempo la vera passione di una vita breve ma intensa. Il talento di Tenco è evidente e la svolta arriva nel 1959: l’amicizia con Gianfranco Reverberi lo porta a trasferirsi a Milano dove ottiene i primi lavori suonando il sax in tutte le incisioni della casa discografica Dischi Ricordi. Arrivano così altri contratti, dapprima con la Jolly e infine con la RCA italiana. Quest’ultima ha grandi progetti per Tenco: nell’estate 1966 gli affianca Dalida, una star internazionale, e nei mesi successivi matura l’obiettivo di vincere il successivo Festival di Sanremo dove la coppia decide di esibirsi con una canzone difficile e diversa dalla tradizione musicale sanremese: “Ciao amore ciao”.
Nel corso di quel maledetto Sanremo, Tenco trova la morte nella sua stanza d’albergo 219 dell’Hotel Savoy, la notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967. Da quel momento in poi il confine tra ipotesi e certezze diventa sempre più sottile. Il commissario Molinari, incaricato delle indagini, arriva sulla scena del crimine inviando immediatamente un messaggio all’Ansa asserendo che Tenco si è suicidato: non gli è necessario alcun accertamento per giungere a tale conclusione. Eppure le imprecisioni della Polizia costituiscono il primo vero intralcio alle indagini. I necrofori intervenuti per portare via il corpo di Tenco sono dapprima incaricati di trasportarlo all’obitorio di Valle Armea; arrivati a destinazione si chiede loro di riportare immediatamente il corpo nella stanza 219 poiché la Polizia ha dimenticato di fotografare il cadavere. La scena del crimine viene così ricostruita: il cadavere è posto con i piedi sotto il comò e la pistola sotto le gambe, posizioni alquanto insolite per un suicidio. La domanda che ancora oggi angoscia chi si appresta a leggere del caso è: la ricostruzione è fedele rispetto alla posizione originaria del corpo oppure no? Per questi ed altri motivi un esposto dei giornalisti Buttazzi, Pomati e Colonna, impreziosito di una perizia criminologica del Prof. Bruno, fa sì che il caso sia riaperto nel dicembre 2005. La successiva autopsia avvenuto nel 2006, e mai svolta all’epoca della morte di Tenco, non permette però di chiarire i punti oscuri della vicenda nonostante il corpo riesumato sia in condizioni idonee a svolgere tutti gli accertamenti. Il caso viene quindi nuovamente chiuso nel 2009: secondo la Procura della Repubblica di Sanremo, nulla contraddirebbe l’ipotesi del suicidio.
Le conclusioni della Procura sono però destinate a essere subito contraddette. Nel luglio 2011 la casa editrice Tabula Fati pubblica un libro di Pasquale Ragone (criminologo) e Nicola Guarneri (giornalista d’inchiesta). L’opera, nelle sue 300 pagine, analizza in maniera maniacale ogni aspetto del caso: le analisi balistiche e gli accertamenti medico-legali che escludono l’ipotesi suicidiaria, fino ai motivi che avrebbero portato all’omicidio Tenco attraverso un’accurata analisi storico-politica delle vicende internazionali degli anni ’50-’60.

Il libro, intitolato “Luigi Tenco. Storia di un omicidio”, farà parte di un esposto alla Procura della Repubblica di Sanremo con l’obiettivo di far riaprire il caso per omicidio a carico di ignoti. Per scrivere finalmente la parola fine in una vicenda lunga ormai 45 anni.

Pasquale Ragone

lunedì 20 giugno 2011

Indice del volume: LUIGI TENCO. Storia di un omicidio" (Edizioni Tabula fati)

INDICE

Presentazione di Francesco Bruno

Introduzione

LUIGI TENCO
STORIA DI UN OMICIDIO


I
CAPIRE IL PERSONAGGIO: BREVE BIOGRAFIA DI LUIGI TENCO

II
INDAGINI SUI MOTIVI DELL’OMICIDIO
1. Tenco e il socialismo
2. Tenco militare e l’Argentina
3. Tenco e le altre teorie sulla morte
4. Tenco e le vicende successive al 1965

III
SANREMO, LE ULTIME ORE DI TENCO: LA RICOSTRUZIONE PRIMA DELLA TRAGEDIA

IV
INTERVISTA AL DOTT. MARTINO FARNETI: EMERGONO LE PROVE DELL’OMICIDIO

V
SANREMO, GLI ULTIMI ISTANTI DI VITA DI LUIGI TENCO: “DENTRO” LA 219

LE INTERVISTE INEDITE DEGLI AUTORI
Intervista all’impresario che decise di portare Tenco in Argentina
Tenco? Venne ammazzato dal SID
La telefonata che interruppe la cena di Dalida venne dal Savoy
“La vincita di 6 milioni al Casinò? Fegatelli se l’è inventata”
Dalida fu la quarta persona a scoprire Tenco morto
Intervista a Edoardo Mori: pistola, bossolo e silenziatore non sono più un mistero
Vivarelli disse: «Faremo qualcosa di indimenticabile»
Intervista a Gianfranco Reverberi: Vi racconto i giorni di Tenco in Argentina

VII
LE INTERVISTE STORICHE
Sandro Ciotti
Paolo Dossena
Aldo Fegatelli Colonna
Gianmario Mascia
Arrigo Molinari
Marisa Solinas
Piero Vivarelli

POSTFAZIONE

I DOCUMENTI
RINGRAZIAMENTI
BIBLIOGRAFIA
SITOGRAFIA
GIORNALI E SETTIMANALI CONSULTATI

Gli Autori

sabato 21 maggio 2011

Imminente: Luigi Tenco. Storia di un omicidio

Un viaggio nella documentazione esistente legata a Luigi Tenco chiarisce il ruolo del cantautore con la politica, fino a verificare le affermazioni di un avvocato di fama mondiale che lo lega a eventi ancora secretati, raccontati da Aldo Moro durante i giorni della sua prigionia.
Dopo più di quarant’anni si svelano le trame oscure di un caso che sembra essere stato inghiottito dal silenzio.
La morte di Tenco non avrebbe dovuto fare rumore, esattamente come era rimasto inudito nel corridoio del Savoy il colpo di pistola che poneva fine alla sua vita.
Il silenzio doveva scendere anche sulla storia d’amore con la figlia di un importante gerarca dell’esercito, sulle sue personali vicende militari, sulle tracce del silenziatore e sul bossolo rinvenuto.
Misteri che per più di quarant’anni si sono susseguiti attorno alla scomparsa del noto cantautore finalmente trovano soluzione in un vero libro-inchiesta, il primo.


Nicola Guarneri e Pasquale Ragone
LUIGI TENCO
Storia di un omicidi
o
Presentazione di Francesco Bruno
[ISBN-978-88-7475-226-3]
Edizioni Tabula fati
Pag. 304 - ill. - € 20,00

http://www.edizionitabulafati.it/luigitenco.htm


domenica 1 maggio 2011

Anticipazione: LUIGI TENCO. Storia di un omicidio

I tanti misteri che per più di quarant’anni si sono susseguiti attorno alla morte di Luigi Tenco finalmente svelati nel primo vero libro-inchiesta interamente dedicato alla morte del cantautore. Un viaggio fra la documentazione esistente legata a Luigi Tenco chiarisce il suo rapporto con la politica e verifica le affermazioni di un noto avvocato di fama mondiale che lega Tenco a fatti ancora secretati che Aldo Moro avrebbe raccontato durante i giorni della sua prigionia. Un’indagine sui silenzi che avvolgono la vicenda: il silenzio sulla storia d’amore di Tenco con la figlia di un importante gerarca militare; il silenzio sulle vicende militari nelle quali fu coinvolto il cantautore; le tracce del silenziatore sul bossolo che lo ha ucciso.

Nicola Guarneri e Pasquale Ragone
LUIGI TENCO
Storia di un omicidio

Presentazione di Francesco Bruno
[ISBN-978-88-7475-226-3]
Edizioni Tabula fati
Pag. 300 - € 20,00

http://www.edizionitabulafati.it/luigitenco.htm